MADRI DI è tornato in scena

Ci sono storie che non invecchiano, ma che il tempo purtroppo continua a caricare di nuovi e dolorosi significati. Il 17 aprile scorso, lo spazio di Officina Giovani a Prato ha ospitato, per la rassegna On Stage Teatro 4 School (https://portalegiovani.prato.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/23555), una mattinata di profonda intensità emotiva e civile. Davanti agli studenti e alle studentesse delle classi quinte del Liceo Livi, è tornato in scena – a quattro anni dall’ultima replica – lo spettacolo teatrale “MADRI DI”. https://associazionemasc.it/madri-di/

Un ritorno fortemente voluto, che ha dimostrato quanto la forza del teatro possa diventare uno strumento di decodifica della realtà e di cittadinanza attiva.

Con il testo e la regia firmati da Giulia Corradi, lo spettacolo vede sul palco la stessa regista al fianco di Carmela De Marte. Due attrici, ma soprattutto due madri che incarnano le due anime di una terra ferita: una madre israeliana e una madre palestinese. La prima ha perso un figlio; la seconda vive nel limbo lacerante di chi non sa dove il proprio sia finito. Attraverso il loro dialogo, che da un timido approccio si fa via via più serrato, aspro e conflittuale, lo spettacolo compie un’operazione straordinaria: far passare la macro-storia attraverso la lente d’ingrandimento della micro-storia intima e personale.

Radici profonde: quando il dolore non ha confini

Sul palcoscenico si dispiega un conflitto che affonda le sue radici in anni di storia. Eppure, nel confronto ravvicinato tra le due donne, emerge una verità più profonda e trasversale: la sofferenza personale e i traumi ereditati finiscono per trasformare tutti in oppressi, anche chi, nelle dinamiche geopolitiche della “grande storia”, occupa il ruolo dell’oppressore. Lo spettacolo, tragicamente attuale alla luce degli ultimi e drammatici avvenimenti, non è un’opera statica. Replica dopo replica, eventi dopo eventi, riesce a cogliere sfumature e accenti sempre diversi, specchiandosi nel presente senza mai perdere la propria bussola di umanità.

Prendendo spunto dal movimento Women Wage Peace, lo spettacolo tenta di non arrendersi al buio circostante, provando a lasciare accesa una piccola, flebile luce. Una luce di empatia e speranza di cui noi tutti, come spettatori e come esseri umani, siamo chiamati a diventare custodi.

Il dibattito: l’impotenza e la responsabilità del “Noi”

La rappresentazione si è conclusa avvolgendo nel buio sia la sala che il palco, accompagnata dall’invito a evitare gli applausi a favore di un silenzio condiviso. È proprio da questa atmosfera sospesa e riflessiva che ha preso il via la seconda parte della mattinata, durante la quale Giulia Corradi e Carmela De Marte si sono confrontate direttamente con i ragazzi e le ragazze in un dibattito aperto e orizzontale. Il cuore del confronto si è condensato attorno a una domanda universale, tanto complessa quanto urgente: cosa possiamo fare noi, dall’esterno, quando ci sentiamo così drammaticamente impotenti davanti a certi fatti storici?

Gli studenti si sono interrogati sul significato del proprio ruolo. La risposta emersa non risiede in soluzioni geopolitiche preconfezionate, ma nella cura quotidiana della memoria, nel rifiuto della polarizzazione cieca e nella capacità di ascoltare le ragioni dell’altro, proprio come accade nello spettacolo. Custodire quella flebile luce significa non cedere all’indifferenza e coltivare la cultura della pace partendo dai nostri contesti relazionali. Ma appunto, come noi? La risposta resta aperta, ma il primo passo è stato fatto: parlarne insieme.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *