IL TEATRO, UN PONTE FATTO DI EMPATIA

Il teatro può essere un ponte.

Tra una persona e un’altra, tra culture, religioni, popoli e realtà differenti, tra attore e spettatore.

Questa esperienza, da considerare come un’occasione, ha un nome che sentiamo spesso e rischiamo di usare poco.

Si tratta di empatia.

Entrando in un teatro ci dedichiamo del tempo , ci permettiamo di coltivare un talento che nella frenesia e nelle mille connessioni di oggi potremmo perdere: la capacità di ascoltare gli altri e noi stessi.

Sembra un controsenso ma non lo è.

Ascoltando l’altro, ascolto me stesso. Ascolto quello che l’esperienza di un altro fa scaturire in me. Guardo la storia da una prospettiva diversa; un punto di vista che non avevo mai preso in considerazione.

Mettersi nei panni dell’altro ti fa prossimo e quello che poteva sembrare estremamente distante si fa improvvisamente tanto vicino.

Piangere, ridere con i personaggi, innamorarsi di questi ultimi fa parte dell’empatia.

Diventiamo loro, siamo i protagonisti. Accade in teatro, al cinema, davanti ad una TV o uno schermo di qualsiasi genere. Succede leggendo un libro, un articolo, semplicemente venendo a conoscenza di una storia.

Se immedesimarsi è possibile in una sola serata, partecipando ad una messa in scena e per dei personaggi inventati, cosa potrebbe accadere se decidessimo di condividere un percorso tanto profondo come quello teatrale, con qualcuno molto diverso da noi?

Ho studiato teatro con l’idea che lo avrei fatto per tutta la vita, pensando di dover arrivare in un posto che manco io sapevo quale potesse essere.

Volevo stare sul palco per mostrare tutto il mio talento e ciò che di bello avevo; insomma, lì, per un attimo, potevo fare qualche spot auto-promozionale.

C’era, c’è senz’altro, la passione e la curiosità per l’aspetto introspettivo, quasi mistico, che comporta lo studio di una disciplina artistica, ma agli inizi rischiava di restare fine a sé stessa, incentrata solo su me.

Non per merito, mi sono trovata a confrontarmi con altre realtà, decisamente meno vanitose, ma intrise di verità e di vita vissuta.

Storie poco allegre, ma comunque piene di speranza, perché a raccontarmele erano persone vive.

Penso ai rifugiati, alle donne vittime della tratta, di violenza domestica, vittime di conflitti storici come quello tra Israele e Palestina. Penso ai ragazzi che ho incontrato nelle scuole (non tutti hanno l’adolescenza che gli spetterebbe). Ho percepito il loro dolore e conosciuto le speranze dei loro occhi. https://associazionemasc.it/cambiamo-camicia/. https://associazionemasc.it/madri-di/https://associazionemasc.it/change-now/

Tutto grazie al teatro.

Grazie ad una sceneggiatura, un laboratorio, un colloquio.

Il teatro è stato un ponte, mi ha fatto conoscere, interpretare e vivere storie diverse dalla mia. Mi ha reso più empatica.

In questi mesi poi, si è aperta una strada nuova.

Io ed altri ragazzi, più o meno giovani, abbiamo iniziato un percorso di conoscenza e dato il via ad un progetto teatrale che non sappiamo bene dove ci porterà.

La particolarità è che siamo diversi, molto diversi.

Il mio gruppo di teatranti è formato da persone con disabilità che non vedono l’ora di fare teatro, non una semplice attività ricreativa.

Sono bastati pochi incontri per capire che quella meno abile sono io. Io sono il loro limite più grande. E’ la mia paura di chiedergli troppo, di non farli osare o sperimentare per il semplice fatto che non lo faranno nei miei canoni.

Ci risiamo.

E’ nuovamente necessario sradicare me stessa. Creare un ponte nuovo, stabile, ma originale, come sono loro.

Un salto nel vuoto che non riguarda solo un viaggio geografico o esperienziale. Qui è tutt’altro. Cambia il linguaggio, la percezione della realtà, il modo di muoversi e di sentire il corpo.

E’ una prima volta e sono certa che c’è da studiare, informarsi, provare e lasciarsi coinvolgere.

E’ una prima volta con loro.

E’ l’ennesima volta che il teatro mi chiede di aprire la mente. Di uscire dagli schemi e usare quel dono che è l’empatia.

E ce l’abbiamo tutti, la differenza sta nell’accettare di usarla. Accettare di entrare in una relazione profonda.

E non credo che questo sia teatro sociale (come lo chiamano tanti), il teatro è uno, è quello per l’essere umano. E non ne esiste un altro.

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