Tre anni fa abbiamo iniziato quasi per caso, una sostituzione momentanea. Il progetto è nato in punta di piedi con l’Unione Parkinsoniani di Perugia: non potevamo immaginare che, passo dopo passo, quegli accenni di gioco scenico sarebbero diventati uno spazio interamente dedicato al teatro, un appuntamento fisso capace di culminare in vere e proprie restituzioni dove gli unici assoluti protagonisti sono loro.
A cosa serve il teatro quando si convive con il Parkinson? A tante cose, forse a tutto. La malattia, per sua natura, gioca di sottrazione. Impone “arresti”, rigidità, blocchi che colpiscono il corpo e la mente e con loro le relazioni. Il teatro si è rivelato uno strumento straordinario per contrastare questa avanzata: più si resta attivi, più il percorso della patologia si fa lento. E non parliamo solo di mobilità fisica. Attraverso gli esercizi teatrali alleniamo insieme i piccoli movimenti di coordinazione, l’uso della voce per contrastare l’ipofonia, l’articolazione della parola e l’importanza fondamentale dell’andare a tempo, insieme agli altri. C’è poi il lavoro profondo sulla memoria e sulla scrittura creativa e personale: le menti tornano a giocare con la fantasia, a creare connessioni inaspettate, a rimanere lucide e vivaci.
Tutto questo si trasforma in terapia, ma con una caratteristica unica: lo è per chiunque partecipi. In questi tre anni abbiamo capito che il benessere non viaggia in una sola direzione. È terapeutico per gli attori, certamente, ma lo è in egual misura per i caregiver che li accompagnano e per chi indossa le vesti di docente. Più i nostri attori prendevano spazio con i loro racconti e il loro coraggioso mettersi in gioco, più ci emozionavamo, tutti. Abbiamo raggiunto livelli espressivi e di intensità che all’inizio non credevamo possibili. Certo, lavorare con il Parkinson richiede una costante capacità di adattamento, la flessibilità di saper cambiare i piani in corsa a seconda della giornata. Ma, in fondo, non è proprio questa la natura più profonda del teatro? Abitare l’imprevisto e trasformarlo in bellezza.
Il teatro, come ogni disciplina artistica, funziona come una lente di ingrandimento sull’umano. È una sonda sensibile che riesce a scendere in profondità dell’animo difficilmente raggiungibili nella frenesia del mondo di oggi. Durante questo percorso ci siamo trovati a fare viaggi incredibili: abbiamo pianto, abbiamo riso tantissimo insieme e, soprattutto, abbiamo scoperto vite vissute straordinarie. Storie intense, frammenti di passato e di presente che rischiavano di rimanere chiusi nel silenzio e che invece ora hanno trovato uno spazio, un posto esatto nel mondo. Stanno lasciando una traccia.
È incredibile pensare a cosa si possa fare vedendosi anche solo una volta a settimana. Il gruppo, a ogni restituzione, è cresciuto costantemente. Perché il teatro ha questo potere: attrae le persone, e la bellezza dello stare insieme finisce per conquistare tutti. Una psicoterapeuta piuttosto famosa ci ricorda che «il contrario della fragilità non è la forza, è la compagnia». Noi di questa affermazione potremmo fare il nostro manifesto, interpretando la parola “compagnia” nel senso più letterale e nobile possibile: compagnia teatrale. E, a guardare gli occhi di chi recita e di chi applaude in platea, non ci sembra affatto una cattiva idea.

