Il teatro a scuola

​E noi che pensavamo fosse solo una recita scolastica!

È passato poco più di un mese dalla conclusione del nostro laboratorio, ma sentiamo il bisogno di fermarci. Non per fare un semplice bilancio, ma per aprire uno spazio di riflessione più ampio, prendere un po’ d’aria e guardare insieme a quella strada che abbiamo percorso.

​Il progetto è nato per rispondere a un avviso pubblico dedicato all’integrazione e ha preso vita a febbraio. Un percorso laboratoriale che ha permesso alle bambine e ai bambini delle classi terze di una scuola primaria di fare un pezzettino di viaggio insieme a noi. Sulla carta, un semplice laboratorio teatrale. Ma al centro di questo viaggio c’era un protagonista d’eccezione: Carlo Collodi, colui che sulla crescita dei bambini attraverso le sfide, l’esperienza e il sapere ha puntato tutta la sua opera.

​Come ogni esperienza che si rispetti, siamo partiti dalle basi: il gioco, il movimento, la scoperta dei mille modi in cui possiamo usare la nostra voce e il nostro sentire. Eppure, la vivacità che ha da subito permeato lo spazio teatrale in quelle poche ore a settimana ci ha suggerito che non potevamo accontentarci di una semplice “lezione aperta” di restituzione. Abbiamo voluto osare. Abbiamo scelto di lanciare il cuore oltre l’ostacolo insieme a questi piccoli artisti, proponendo uno spettacolo a tutti gli effetti.

​Mettere in moto la complessa macchina del montaggio scenico a 8 anni non significa far mandare a memoria una battuta. Significa far vivere quei personaggi. Spesso a questa età si opta per attività protette, puramente focalizzate “sulle emozioni”, temendo che il palcoscenico porti con sé troppa ansia. Ma la verità è che a teatro le emozioni si vivono attraversandole, ed è l’esperienza stessa a farsi maestra.

​Nel mondo di oggi abbiamo riempito la vita quotidiana dei bambini di “performance” e richieste di prestazione costanti, privando invece del suo valore l’unico luogo che alla performance è dedicato per natura, ovvero il palcoscenico. Il teatro non è intrattenimento improvvisato; è una disciplina artistica. Per fare in modo che i bambini salgano sul palco sapendo cosa fare, dove andare e come muoversi, serve un lavoro immenso. Ma è proprio questa struttura a renderli forti: la competenza tecnica genera la loro sicurezza. Quando un bambino padroneggia il mezzo teatrale, si libera dalla paura di non essere adeguato.

Il cammino non è stato lineare. Ci sono state criticità importanti e ogni bambino ha portato in cerchio le proprie fragilità, le proprie resistenze, le proprie timidezze. Ma il teatro non annulla la fragilità; la accoglie e la trasforma in espressione.

​Lavorando con quattro gruppi distinti, abbiamo assistito a una meraviglia nella meraviglia: in ogni singola restituzione è emersa un’attitudine completamente diversa. È stato bellissimo veder fiorire le specificità di ognuno: c’era chi mostrava una spiccata attitudine musicale, chi una memoria ferrea, chi una fisicità dirompente. I bambini hanno cantato, ballato e recitato. E la cosa più importante è che erano soli in scena. Non c’era un adulto a guidarli o a fare da paracadute sul palco; c’erano solo loro, la loro autonomia e la fiducia reciproca.

​Questo senso di proprietà e di presenza derivava anche dal fatto che lo spettacolo apparteneva a loro fin dalle fondamenta. I bambini e le bambine hanno infatti partecipato attivamente alla stesura della drammaturgia: per ognuno dei quattro copioni c’era una sezione specifica, unica e particolare, nata dal loro pensiero.

​Nella pièce, Carlo Collodi rispondeva a una lettera di auguri inviata proprio dai bambini, e lo faceva ponendo loro tre domande: Siete curiosi? Com’è la scuola di oggi e che materie studiate? E soprattutto… cos’è importante per voi?

​A quest’ultima domanda, ognuno ha dato la propria risposta personale e intima, portandola poi fisicamente in scena. Gli spettatori lo hanno sentito forte e chiaro. Il palcoscenico ha smesso di essere un semplice spazio di finzione ed è diventato un ponte potente, solido, per trasmettere quello che questi bambini portano davvero nel cuore.

​Per trasmettere tutto questo servono strumenti e professionalità. Il teatro deve insegnarlo chi lo fa, chi ne mastica l’esperienza reale, forse soprattutto quando “in mano” si hanno i piccolissimi. Ma la vera carta vincente di questo progetto è stata l’incontro: l’aver saputo mescolare la profonda competenza pedagogica delle maestre con quella artistica di un teatrante. È stato un gioco di squadra orchestrato dietro le quinte, una sinergia che ha protetto e guidato i bambini in ogni passo, rendendo l’integrazione non una parola astratta, ma una pratica quotidiana di inclusione e supporto reciproco.

​Il senso più profondo di questa unione è racchiuso nelle parole che un bambino ha pronunciato subito dopo gli applausi finali:

​«È stato faticoso, ma siamo stati magnifici».

​Che questa sia la nostra misura. In questo viaggio niente è stato regalato, molto è stato conquistato, ma la vista dalla vetta è stupenda.

​Perché quel “magnifico” non ha nulla a che fare con il concetto di perfezione. Significa piuttosto: “Insieme siamo andati avanti, senza paura dei vuoti; ci siamo aiutati negli errori e siamo arrivati agli inchini finali ognuno con la consapevolezza del proprio e dell’altrui valore”. Proprio come quel famoso burattino che, affrontando le tempeste, i passi falsi e le fatiche dello studio, impara a scoprire il valore di se stesso e degli altri.

​Noi lo abbiamo visto nei loro occhi, nella loro postura, nella loro conquistata libertà. Ed è da qui, da questa bellezza protetta dalle regole del gioco teatrale, che vogliamo ripartire. Con la speranza, nel nostro piccolo, di aver fatto un bel regalo a Carlo Collodi per i suoi duecento anni.

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